Tutti gli spettacoli di Piccoli Fuori si svolgeranno
nella sala Ex-Società Operaia
 
GIOVEDÌ 21 GIUGNO 2007 - ore 22:00
 
ELMA DEI PERDUTI MINIMI
Liberamente tratto dal racconto “Il monaciello di Napoli”
di A. M. Ortese
 
drammaturgia di Giovanna Giuliani e Antonio Calone
con Giovanna Giuliani
musiche di Mario Sollazzo eseguite dal vivo dal MADD ENSEMBLE
regia di Antonio Calone
 
recensione
La messa in scena svolge la favola de “Il monaciello di Napoli” di Anna Maria Ortese, aprendo il finale ai successivi sviluppi di questo vero e proprio nucleo tematico, in particolare alle sue diramazioni fino alla trilogia fantastica dell’autrice (Iguana, Alonso e i visionari, Cardillo addolorato), attraverso binomi umano-animale, il cui legame è una meraviglia reciproca, e una
forma vaga, innominabile, d’amore per un oggetto non definito, informe, onnicomprensivo, panico. Nient’altro che pietà e curiosità. Il punto di vista del racconto è di una donna matura, che, bambina, è stata toccata dall’incontro col monaciello di casa, per il quale ha provato il primo affetto, un impulso materno, ma anche da sposa, come verso la prima forma di “minimità” di natura. E’ Elma. Un armadio è il teatrino della Minima creatura con cui si confronta, in uno sdoppiamento, che è evocazione, nostalgia, devozione a tutto l’universo Minimo. L’armadio è la custodia dei ricordi, dove vengono conservati, o dimenticati, gli affetti, che diventano sempre più segreti. Tra cui un classico genietto di famiglia, ultimo scampolo di naturalità, un essere di statura “minima”, di età indefinibile. Confidente di chi abbia occhi per vederlo, e di una bambina, Elmina, che crescendo disimpara a riconoscerlo, non si sa quanto colpevolmente.
Elma, ormai adulta, ritrova dentro l’armadio il tumulo del suo Minimo, che è anche il suo personale senso di colpa, la sua vergogna, il suo peccato. Perché crescendo, senza accorgersene, lo ha dimenticato e lo ha ucciso, con una mano omicida, che ha impugnato un’arma umana, che ha nome “indifferenza” o “grandezza” o “cecità” o “disamore”, contro di lui, contro lo sposo
della sua anima. Oggi riconosce finalmente in lui la mancanza della sua vita e lo cerca e capisce che continuamente le si è presentato in tante altre forme, in cui lei continuamente ha mancato l’occasione di salvarlo, fosse anche in qualunque umile e oppresso che le sia capitato d’incontrare per le petraie del mondo, umano o animale (“Perché il mondo, signori, solo apparentemente è utile, ma dietro i suoi confini visibili, regna la grazia, la mitezza, l’inutilità,
l’indifferenza, tutto ciò che è piccolo…”). Lo sfiora, il suo minimo, ma non è più importante acchiappare proprio Lui, che comunque le sorride col suo umore grottescamente lunatico, che va dall’attaccamento morboso alla ribellione, all’indipendentismo. In una scena che è l’interno di un armadio fine‘700, Elma piange le spoglie della Creatura delle creature, vittima di un’antica colpa del mondo. Colpa che assume su di sè. Il suo rimorso è apparentemente insolvibile, può solo essere recitato, come una preghiera. capace di riunire l’umano alla natura. Non ricorda
quando è iniziata questa persecuzione inconsapevole, se è stata opera di una mano collettiva, ma ora, riconoscendone il frutto, ne prende sulle spalle la responsabilità, sentendo non meno ella stessa di essere a sua volta vittima di questo assassinio. Come tutti avessero sacrificato una propria naturalità, una verde innocente animalità, che salutavano appena nati. Si ritrova a voler ricostruire tutti gli atti di un processo di cui è insieme vittima e carnefice, inscenando i singoli drammi, e interpretando il persecutore e il perseguitato.