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PRESENTAZIONE
PICCOLI FUOCHI 2007:
Ombre
In Quinlan c'è una scena nella quale
l'indovina Marlene Dietrich a Orson Welles
che le chiede "leggimi il futuro"
risponde " non ne hai. Lo hai già
consumato tutto".
Non vorrei che anche noi a Buti davanti al
silenzio dei critici e della stampa avessimo
per loro già esaurito il nostro ciclo
e la loro curiosità; questo certo non
accade per i nostri spettatori che fedeli
ci hanno seguito per la stagione appena trascorsa
e che ci auguriamo numerosi per queste nuove
proposte. Capiamo che arrivare da noi non
è comodo in macchina, figuriamoci poi
per chi deve venire col treno anche perché
non c'è orario di treno che coincida
con quello degli autobus.
Quest'anno ripartiamo col nostro appuntamento
di primavera, con "PICCOLI FUOCHI",
un festival riconosciuto da tutti (meno da
chi eroga i finanziamenti) che con una cifra
intorno ai 6000 euro propone dieci spettacoli
dei quali cinque sono prime nazionali, due
sono anteprime, e due sono esclusive per la
toscana.
Fra queste, tre prime sono produzioni del
teatro di Buti e rispecchiano in particolare
i legami internazionali che questo teatro
ha stretto al di fuori del suo territorio,
per il fascino della sua terra e per il lavoro
svolto in questi anni.
Non è casuale che il teatro d'arte
di Mosca abbia scelto Buti come l'unico luogo
in Italia dove poter svolgere la propria attività
didattica e già un suo docente Anton
Milenin presenta, dopo tre mesi di lavoro
sul campo, la sua visione su Ostrovskij quale
primo saggio di una scuola di teatro che avrà
la durata di tre anni.
E poi come si fa a passare sotto silenzio
il ritorno di Jean-Marie Straub, purtroppo
solo,che dedica a Daniele il suo lied, con
un breve atto unico, anche questo dal Pavese
dei "Dialoghi con Leucò"
di lucente evocazione poetica. Con questo
atto di misteriosa e pregnante commozione
va tutta la nostra riconoscenza a Daniele
Huillet per quanto ci ha donato in questi
anni con la sua dolcezza e il suo rigore e
a Jean-Marie che ha scelto di ricominciare
da qui dove avrà sempre il calore dell'accoglienza
e dove sa bene che, nelle radure di questi
boschi, a volte il ricordo può superare
in concretezza il presente e può diventare
l'unica cosa vera cui aggrapparsi per andare
avanti.
Non credo proprio che abbiamo già consumato
il futuro, se nelle proposte ritroviamo tanti
vecchi compagni di percorso che testimoniano
con la loro presenza il legame con questo
luogo a cui donano linfa con le loro più
nuove esperienze, così come Massimo
Salvianti che ci accompagnò nella nostra
"Madre Courage" ed ora lo ritroviamo
con un testo di forte impegno civile; o con
i Sacchi di Sabbia con i quali siamo stati
insieme con Beckett e con Brecht e ora li
riconosciamo nella cifra stilistica che li
distingue pregna di intelligenza e di leggerezza;
o la beffarda ironia di Virginia Martini allora
giovane interprete nei nostri Sade e San Paolo;
o il senso di "nostalghia" e di
malinconia che accompagna la Ometto dai tempi
di " Recita a Monstar"; e così
la voglia di teatro che fa rischiare Paola
Marcone da quando apriva e chiudeva il nostro
Pirandello; oppure Giovannella che propone
i suoi misteri napoletani che ricordiamo attenta
e silenziosa seguire qui per mesi le prove
di "Quei loro incontri" di Straub-Huillet.
Queste sono le nostre carte che portano a
una lettura diversa da quella della indovina
e che richiedono di essere giudiate aldilà
dei disagi del venire a Buti.
Tuttavia a chi fa teatro vorrei ricordare
con questa frase di Chaplin l'importanza del
senso drammatico del non detto:"preferisco
l'ombra di un treno che passa su un viso piuttosto
che un'intera stazione ferroviaria".
Parlate almeno delle ombre che lasciamo. |
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| Dario
Marconcini |
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