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LUNEDÌ 29 GIUGNO ore 22.00 - Prenotazione Obbligatoria
MARTEDÌ 30 GIUGNO ore 22.00 -
Prenotazione Obbligatoria

Paola Marcone / Bubamarateatro e Associazione Teatro di Buti

HISTOIRE DE MA MORT
PREPARATIVI PER LA SCENA MADRE


con Valerio Amoruso, Paola Marcone e Matteo Vagelli
direzione tecnica
Riccardo Gargiulo
ambientazione sonora
Fabio Bartolomei
video
Giacomo Verde
costumi Fondazione Cerratelli
fotografie
Raoul Terilli
drammaturgia e regia
Paola Marcone

«Perché qui sta il punto: se io mi annego deliberatamente, ciò implica un atto; e un atto ha tre fasi: cioè agire, fare, mostrare; erga, s’è annegata deliberatamente».

HISTOIRE DE MA MORT è la riesumazione di Ofelia. E’ lei che, raccontando la sua conclusiva uscita di scena dal regime di Elsinore, ci introduce al senso di chi sceglie una fine volontaria e spettacolare per andarsene da un governo oppressivo, che toglie la libertà e le prospettive.

Ofelia ritorna per ripercorrere tre storie nella Storia, tre “colpi di scena” tra milioni di altri.

3 ottobre 1931. Il poeta trentenne Lauro De Bosis muore disperso con il suo aereo nelle acque del Mediterraneo. Ha appena compiuto un volo su Roma, lanciando quattrocentomila volantini antifascisti. Sapeva di non avere carburante a sufficienza per il ritorno. Lascia HISTOIRE DE MA MORT, testamento politico-spirituale scritto la sera prima dell’impresa.

16 gennaio 1969. Lo studente Jan Palach si cosparge di benzina nella piazza più grande di Praga e si appicca il fuoco per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Morirà tre giorni dopo, mentre altre torce umane annunciano il suicidio in nome della libertà del loro Paese.

27 gennaio 2002. Una donna, Wafa Idris, muore a ventisette anni in Jaffa Street, Gerusalemme ovest. Ha lasciato al Amari, uno dei campi profughi per Palestinesi, per farsi esplodere tra la gente a dieci chilometri da casa. Uccide un vecchio e ferisce alcune persone. È la prima donna kamikaze.

La scena è vuota. Due becchini ingaggiano una grottesca liaison con Ofelia rediviva. Ma non si può andare avanti con la commedia: si abbandonano i costumi, i trucchi, le battute. Si lascia spazio alla vera tragedia, ai veri suicidi. Solo microfoni e attori. La voce è il contraltare del corpo, la viva testimonianza di un lascito spirituale, di una storia, di sogni, di bisogni. Il microfono il mezzo a cui affidare un emblematico esercizio di prolungamento verso gli altri. Il dialogo è con se stessi, con il pubblico, con il video: è l’ultimo concerto della Fenice.

Oggi, a quasi ottant’anni dal volo di De Bosis e da poco lontani da una dittatura italiana, a quarant’anni dalla Primavera di Praga e dal gesto di Palach, a poche ore dall’ultimo kamikaze che si è fatto esplodere in qualche parte del mondo, a distanza e al riparo dal filtro mediatico possiamo assistere alla scena madre.


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